Cittadinanzattiva, su cronicità pochi investimenti. Tra criticità prevenzione e aderenza alla terapia

23/05/2017


In tema di cronicità, lo scenario del nostro paese vede investimenti ancora troppo bassi rispetto ad altri Stati, un Piano nazionale dedicato ancora sostanzialmente «al palo» in molte regioni e un servizio sanitario che non sempre riesce a dare risposta in maniera completa a diversi bisogni, quali per esempio programmi di prevenzione e di screening diagnostici, educazione alla gestione della patologia per pazienti e famigliari, aderenza alla terapia, assistenza domiciliare con la presenza di figure specialistiche che seguano i pazienti. Tutti ambiti in cui la farmacia dei servizi potrebbe fornire un supporto. A scattare la fotografia è il Rapporto nazionale sulle politiche della cronicità "In cronica attesa", presentato a fine mese dal Coordinamento nazionale delle Associazioni dei Malati Cronici (CnAMC) di Cittadinanzattiva. Al Rapporto hanno partecipato 46 associazioni aderenti al CnAMC - rappresentative di oltre 100mila cittadini affetti per il 64% da patologie croniche e per 36% da malattie rare - che sono state intervistate a partire dai punti cardine del Piano nazionale delle cronicità per individuare punti di forza e criticità nella direzione di una reale presa in carico dei pazienti. Da quanto si legge, «il 38,3% degli italiani dichiara di avere almeno una patologia cronica e, di questi, circa il 70% dichiara di essere comunque in buona salute. Ipertensione (17,1%), artrosi/artrite (15,6%) e malattie allergiche (10,1%) sono, nell'ordine, le tre malattie croniche più diffuse. Per quanto riguarda le malattie rare, in Italia si stima ci siano tra i 450mila e i 670mila pazienti». In questo quadro, una prima riflessione va ai programmi di prevenzione, dove il nostro paese risulta «ancora indietro»: non solo perché «investe 83 euro a persona (cifra inferiore a quella di Paesi come Regno Unito, Germania, Danimarca, Olanda e Svezia), ma anche perché, come dichiarano le associazioni, il 56% del totale non è stato coinvolto in programmi di prevenzione nel corso dell'ultimo anno. Laddove svolti, tali programmi hanno riguardato per lo più l'alimentazione corretta (24%) e i corretti stili di vita (20%)». La stessa problematica viene rilevata anche nei programmi di diagnosi: «Più della metà (58%) dei pazienti dice di non essere stato sottoposto a programmi di screening nel caso in cui a un familiare sia stata riscontrata una malattia genetica e il 60% conferma un ritardo diagnostico».
Sul fronte dell'assistenza farmaceutica, «i cittadini denunciano limitazioni nella prescrizione da parte dei medici (35%), il costo eccessivo dei farmaci non rimborsati dal SSN (33%) o ancora la difficoltà nel rilascio del piano terapeutico (33%). A volte le limitazioni sono imposte dalle aziende ospedaliere o dalla Asl per motivi di budget (28%) o a monte attraverso delibere regionali (20%)». Una situazione che non è rosea nemmeno nel caso di assistenza protesica e integrativa: «oltre la metà delle associazioni lamenta troppe differenze regionali. In generale, le problematiche principali riguardano i tempi eccessivamente lunghi per la fornitura (35%), la scarsa qualità dei presidi erogati (23%) e un problema di scarsa quantità (18%)».
C'è poi un capitolo dedicato all'aderenza terapeutica: su tale questione, «il 59% riferisce che la mancata aderenza è dovuta ai costi indiretti della cura (spostamenti, permessi di lavoro, e così via), il 52% alle difficoltà burocratiche, il 39% a interazioni con altri farmaci, o ai costi della terapia. In altri casi interviene lo scoraggiamento perché non si ottengono i risultati attesi (36%) o perché si tratta di una terapia eccessivamente lunga e complicata (26%)». Per di più, sono «ancora molto poche le Asl (14% secondo le associazioni del CnAMC) che promuovono corsi di formazione per i pazienti e i loro familiari per la gestione della patologia, mentre ben l'80% delle associazioni ha coinvolto i propri associati in corsi su terapie e prevenzione, sostegno psicologico, aderenza terapeutica, campi scuola per i giovani». In tema poi di sanità digitale «il 64% dice di non essere stato coinvolto in nessun progetto di telemedicina e, nonostante la ricetta elettronica sia stata introdotta già da alcuni anni, il 49% ritiene che essa non abbia prodotto alcun risultato, o solo in alcune realtà (22%)».
Dal momento che tanto si parla di presa in carico del paziente cronico, su questo fronte i dati non sono così lusinghieri: «La presa in carico del paziente con patologia cronica rappresenta il cuore del Piano nazionale della cronicità e il punto sul quale si misura la qualità dell'assistenza fornita. Il 40% dichiara che sono stati coinvolti in progetti di cura multidisciplinari solo alcuni pazienti e in ugual percentuale (39%) addirittura nessun paziente. In merito alla riorganizzazione dell'assistenza prestata sul territorio, nonostante la legge abbia introdotto ad esempio le AFT (Aggregazioni Funzionali Territoriali) e le UCCP (Unità Complesse di Cure Primarie), il 39% non riscontra alcun cambiamento. Di conseguenza, i cittadini, nel 68% dei casi devono ricorrere al Pronto soccorso. E, ancora, non si accorciano i tempi di attesa nel percorso di cura: un'associazione su due afferma che non esiste un percorso agevolato che garantisca tempi certi per l'accesso alle prestazioni sanitarie».
Importante anche la carenza che viene messa in luce nel caso dell'assistenza domiciliare: «il primo ostacolo è nella sua attivazione (63%), il numero insufficiente di ore erogate (60%) o la mancanza di figure specialistiche necessarie (45%)».
Altro aspetto critico, poi, è la gestione del dolore: «per il 62% delle associazioni, il personale sanitario sottovaluta il dolore; per il 38% manca un raccordo tra specialista e servizio di cure palliative. Inoltre, il 28% lamenta che i costi per una adeguata terapia analgesica siano a carico dei cittadini; il 24% ha difficoltà a farsi prescrivere farmaci oppiacei».