Terapie, da analisi Osmed su aderenza e persistenza emerge spazio per farmacie

22/07/2019


Già a 189 giorni dall'inizio di una terapia c'eÌ il 50% di probabilità che questa venga interrotta, con una media di 224 giorni negli uomini e 162 nelle donne. È questo uno dei dati che emergono dal Rapporto Osmed 2018, presentato settimana scorsa dall'Aifa, che, tra le novità di quest'anno, vede un capitolo dedicato alla aderenza e persistenza terapeutica. Un'analisi, ricavata attraverso i dati raccolti dal flusso della Tessera Sanitaria, che «suggerisce come che vi siano ampi spazi di miglioramento nell'uso dei farmaci», con la necessità «pertanto di monitorare l'andamento nel tempo dell'aderenza e la persistenza alle terapie, prevedendo iniziative volte a migliorare l'appropriatezza d'uso dei farmaci tramite campagne informative rivolte a medici e pazienti». Un campo in cui le farmacie possono ritagliarsi uno spazio, anche grazie alla possibilità di rilevare quando il farmaco viene consumato.


Il rapporto Osmed e l'appropriatezza
Per quanto riguarda l'analisi, come si legge nel rapporto, a essere presi in esame sono «i nuovi utilizzatori di una terapia prescritta, di almeno 45 anni, considerando un follow-up di un anno». Varie le categorie di farmaci per uso cronico poste sotto la lente, da quelli antidepressivi, alle statine, a quelli per l'ipertensione fino all'osteoporosi.
Al loro interno, l'aderenza «eÌ stata valutata attraverso l'indicatore Medical Possession Rate (MPR), definito come il rapporto tra il numero di giorni di terapia dispensati (calcolati in base alle DDD) e il numero di giorni nell'intervallo temporale tra l'inizio della prima e la conclusione teorica dell'ultima prescrizione, erogate durante il periodo di follow-up». Secondo questo riferimento, «la bassa aderenza al trattamento eÌ definita come copertura terapeutica inferiore al 40% del periodo di osservazione, mentre l'alta aderenza eÌ definita come copertura terapeutica maggiore o uguale all'80% nel periodo di osservazione».

I risultati
Secondo quanto emerge, «la categoria terapeutica dove si riscontra una più alta percentuale di soggetti con una copertura al trattamento superiore o uguale all'80% del periodo osservato eÌ rappresentata dalla terapia con farmaci antiosteoporotici (29,8%), seguita dalla terapia con farmaci antiipertensivi (23,8%) e, per la popolazione maschile, dai farmaci per l'ipertrofia prostatica benigna (22,4%). Al contrario, le categorie terapeutiche dove si riscontrano percentuali più alte di soggetti con una copertura al trattamento inferiore al 40% del periodo osservato sono rappresentate dalla terapia con farmaci inibenti la formazione di acido urico (57,5%), dalla terapia con le statine (41,6%) e da quella con farmaci antidepressivi (40,1%).
Mentre, per quanto riguarda la «persistenza, il tempo mediano alla discontinuazione del trattamento eÌ più lungo per i soggetti che seguono una terapia con antiipertensivi (189 giorni) e antiosteoporotici (182 giorni), mentre si restringe per i soggetti in trattamento con farmaci inibitori di acido urico (61 giorni) e antidepressivi (96 giorni). EÌ stato poi osservato che per il trattamento con statine, farmaci antiipertensivi, antiosteoporotici e antidepressivi sia l'aderenza che la persistenza al trattamento terapeutico diminuiscono al crescere dell'età; inoltre, per il trattamento con statine e farmaci antiipertensivi gli uomini hanno generalmente percentuali più alte di copertura terapeutica superiore all'80% e tempi di persistenza più lunghi».

Manca uno studio sui consumi, anche privati
Ma, a parte i dati di appropriatezza, è interessante anche un messaggi veicolati dal Rapporto che riguarda la valutazione del metodo di analisi adottato: «Uno dei principali punti di forza delle analisi retrospettive condotte attraverso i database amministrativi eÌ rappresentato dalla disponibilità di un campione molto ampio di pazienti, che ha permesso di ottenere una valutazione, a livello nazionale, dell'utilizzo dei farmaci per le principali patologie croniche in tempi rapidi».
Ma ci sono due «limiti»: la «mancanza di ulteriori fonti di dati (per esempio, le caratteristiche cliniche del paziente e le ospedalizzazioni)» e la tipologia di dati rilevati. In particolare, «l'impossibilitaÌ di stimare l'effettiva assunzione del farmaco dispensato» così come «il potenziale effetto distorsivo dell'acquisto privato da parte dei pazienti sulla stima dell'aderenza e della persistenza, che non eÌ stato approfondito». Due elementi su cui le farmacie possono ritagliarsi un proprio ruolo.